Disturbo di Lettura: Ipotesi Eziopatogeniche

La lettura è un’abilità piuttosto complessa così come è altrettanto complessa ed eterogenea l’espressività del disturbo di lettura.         
I modelli eziologici proposti rispecchiano l’elevata eterogeneità nei profili cognitivi dei bambini con Dislessia (o Disturbo Specifico dell’Apprendimento con compromissione della Lettura); la difficoltà di lettura può manifestarsi isolata o in associazione a difficoltà visuopercettive, fonologiche, attentive o di memoria. Per spiegare tale eterogeneità, nel corso del tempo sono stati proposti deficit alla base della dislessia che riguardano l’una o l’altra modalità sensoriale.

Qui di seguito le principali ipotesi eziopatogenetiche formulate in merito ai meccanismi deficitari sottostanti, al fine di spiegare le difficoltà tipiche della dislessia.

Ipotesi del Deficit Magnocellulare : Numerose evidenze empiriche hanno mostrato nei bambini dislessici anomalie strutturali e funzionali a carico del sistema visivo magnocellulare, il sistema M (Stein, 2001). Questo sistema si connette al lobulo parietale superiore (circuito visivo dorsale del dove) e contribuisce all’analisi del movimento e all’elaborazione spaziale per il controllo dell’azione. Durante la lettura il sistema M controlla i movimenti oculari verso la parola o le sue parti, ciò spiega anche perché il funzionamento difettoso di tale sistema provochi soprattutto una difficoltà nella lettura delle non parole, interferendo quindi con il funzionamento della via fonologica (Cestnick & Colheart, 1999). L’attivazione della via fonologica infatti richiede una fase precoce di segmentazione della stringa di lettere nei grafemi corrispondenti e tale operazione sarebbe controllata, per l’appunto, dal sistema M. Numerose evidenze empiriche mostrano come questo tipo di analisi visuo-spaziale opererebbe non solo su stimoli visivi ma anche su informazioni uditive (Barret & Hall, 2006). In effetti, l’esistenza di una “via uditiva M” potrebbe spiegare le difficoltà che molti bambini dislessici hanno nell’elaborazione di stimoli uditivi (linguistici e non) presentati per breve tempo o in rapida successione (per una rassegna cfr. Tallal, 2004). Pertanto un deficit del sistema M interferirebbe anche con la percezione dei fonemi e dunque con il normale sviluppo dei processi di analisi fonologica giustificando le difficoltà di lettura dei bambini dislessici (Cornoldi, 2007).

Ipotesi del deficit generale dell’elaborazione multisensoriale : L’ipotesi del deficit magnocellulare, per quanto convincente, si scontra con una serie di evidenze empiriche. Non solo molti soggetti  con dislessia non presentano deficit specifici del sistema M, ma alcuni mostrano addirittura prestazioni alterate in compiti non M, sia nella modalità visiva sia in quella uditiva (Roach & Hogben, 2004; Sperling et al., 2005).
Questi e molti altri studi supportano l’ipotesi di un deficit nell’elaborazione percettiva alla base della dislessia. Da anni è noto che bambini con dislessia presentano una difficoltà nell’elaborazione di stimoli visivi quando seguiti immediatamente dalla presentazione di un distrattore, quest ultimo provocherebbe un’interferenza nell’elaborazione del segnale (Di Lollo, Hanson & McIntyre, 1983). Difficoltà nella capacità di isolare i rumori dall’elaborazione del segnale rilevante potrebbe spiegare i noti disturbi fonologici solitamente presenti nei bambini con dislessia (Sperling et al., 2005).
Inoltre, i bambini dislessici sono maggiormente disturbati, rispetto ai normolettori, anche da maschere laterali presentate contemporaneamente al segnale da riconoscere, sia nella modalità visiva (Atkinson, 1991; Spinelli et al., 2002; Pernet et al., 2006) che in quella uditiva (Geiger et al., 2004). Tale fenomeno è noto come mascheramento laterale o affolamento.   
Perfino la capacità specifica di percepire il movimento di uno stimolo visivo è stato reinterpretato alla luce di questa ipotesi eziologica più recente. In uno studio di Sperling e colleghi del 2006 è emerso come in un compito di movimento coerente di punti i bambini e gli adulti con dislessia rispetto ai controlli manifestano difficoltà esclusivamente nella condizione in cui il rumore è elevato, riuscendo tanto quando i controlli nella condizione in cui il rumore è ridotto.       
Nel ricercare lo specifico ruolo del sistema M nei processi di lettura autori come Vidyasagar (1999) sostengono che il sistema M, mediando le funzioni  di selezione (attenzione spaziale) dalla corteccia parietale posteriore, sia in grado di guidare e controllare il sistema P (ventrale). Secondo tale ipotesi sarebbe proprio l’attenzione spaziale focalizzata a regolare il flusso dell’elaborazione delle informazioni visive necessarie per la decodifica dell’esatta sequenza di lettere che costituiscono le parole, e delle parole che costituiscono l’intero testo (Casco, Tressoldi & Dellantonio ,1998; Vidyasagar, 1999).

Ipotesi del deficit di attenzione spaziale a seguito di un deficit M  : La lettura può avvenire secondo due modalità (Colther et al., 2001): la via sublessicale (fonologica) che si basa su regole di conversione grafema-fonema e la via lessicale (diretta) che si basa sul riconoscimento visivo immediato dello stimolo.  Chiaramente, per un bambino che sta imparando a leggere, ogni parola, all’inizio, costituisce una non parola. Molti studi confermano come i bambini nell’acquisizione dell’abilità di lettura usano principalmente la via sublessicale, a conferma di ciò le difficoltà di lettura si associano ad un meccanismo di decodifica fonologica estremamente lento (Ziegler et al., 2003). 
È possibile ipotizzare che l’orientamento automatico dell’attenzione giochi un ruolo cruciale nell’apprendimento della lettura (Facoetti et al, 2000). La via sublessicale, infatti ancor prima dei meccanismi di conversione grafema-fonema e di memoria-sintesi fonologica, prevede una segmentazione grafemica, ovvero una segmentazione della stringa di lettere che costituisce la parola nei suoi grafemi corrispondenti (Colther et al., 2001). Lo stesso assemblaggio fonologico implica un progressivo ancoraggio e disancoraggio dell’attenzione spaziale. Il ruolo dell’attenzione spaziale è confermato  anche in molti studi che hanno dimostrato come i bambini dislessici che hanno una difficoltà nella lettura delle non parole (quindi una “immaturità” a carico della via sublessicale) mostrano un deficit selettivo nell’orientamento dell’attenzione da sinistra verso destra, suggerendo che una finestra attenzionale troppo larga verso destra possa compromettere il meccanismo di segregazione grafemica rallentando la via sublessicale e di consequenza anche la maturazione progressiva della via lessicale.           
Non bisogna dimenticare che molti studi hanno evidenziato nei bambini dislessici una difficoltà nell’isolare dall’elaborazione stimoli irrilevanti (Sperling et al., 2005; 2006), tale difficoltà è attribuibile per l’appunto alla debolezza nei meccanismi attentivi di orientamento e focalizzazione. Il disturbo nell’attenzione spaziale nei bambini dislessici non sembra riguardare esclusivamente la modalità visiva ma anche quella uditiva; molti bambini dislessici hanno ad esempio anche difficoltà nel discriminare suoni simili (Tallal, 2004) e nell’elaborare suoni presentati in rapida sequenza (Renvall & Hari, 2002).           
Un deficit a carico dell’attenzione visuo-spaziale può quindi spiegare le difficoltà a carico del meccanismo di segregazione grafemica, alla base della lettura sublessicale, e le difficoltà nella segregazione fonemica/sillabica alla base della percezione, elaborazione e memoria fonologica interferendo in questo modo con il normale sviluppo dei processi di analisi fonologica provocando le difficoltà di lettura tipiche dei bambini dislessici (Cornoldi, 2007).

Ipotesi fonologica :  L’acquisizione della lettura è strettamente collegata allo sviluppo della consapevolezza fonologica e in particolare alla capacità di stabilire in modo efficiente un legame stabile tra fonemi e grafemi. Generalmente i soggetti dislessici hanno una prestazione deficitaria sia in compiti di discriminazione di fonemi che in compiti di consapevolezza fonemica (segmentazione e fusione dei fonemi). Molti studi longitudinali hanno, inoltre, dimostrato che molti bambini con disturbi specifici del linguaggio in età prescolare (37-75%) sviluppano successivamente difficoltà di lettura (Catts, Fey, Zhang, & Tomblin, 1999; Larrivee & Catts, 1999; Snowling, Bishop, & Stothard, 2000). Tali dati supportano la cosiddetta ipotesi fonologica, secondo la quale le difficoltà di lettura nella dislessia sarebbero riconducibili ad un deficit  primario e specifico nella codifica (cioè rappresentazione), nel recupero, nell’utilizzo e nella consapevolezza esplicita dell’ informazione contenuta nel lessico fonologico (Ramsus, 2003) a causa di una disfunzione a carico delle aree temporo-parietali di sinistra (Ramsus, 2004).
L’ipotesi fonologica, quindi, condivide con l’ipotesi del sistema M l’idea che il deficit fonologico sia il meccanismo responsabile delle difficoltà di lettura, ma nega che il danno primario sia costituito da un deficit percettivo/attenzionale.        
L’ipotesi fonologica, tuttavia rischia di spiegare solamente la causa prossimale o il puro effetto della dislessia (Cornoldi, 2007). Infatti, le abilità di lettura migliorano le rappresentazioni fonologiche, che a loro volta sembrano migliorare le abilità di lettura; lo stesso vale anche per le rappresentazioni ortografiche (Castles & Coltheart, 2004). Esisterebbe quindi una relazione bi-direzionale tra apprendimento della lingua scritta e consapevolezza fonologica. A questo punto diventa cruciale individuare la causa del deficit fonologico. Le aree corticali più direttamente coinvolte nell’elaborazione fonologica (le aree frontali inferiori e temporali) che nei bambini dislessici sono poco attive, per alcuni più che rappresentare la causa delle difficoltà di lettura sarebbero la conseguenza di un’alterata rappresentazione fonologica e ortografica (McCandliss & Noble, 2003). A conferma di tale chiave di lettura i bambini dislessici durante un compito di lettura in genere mostrano una iperattivazione a carico delle aree frontali inferiori e posteriori dell’emisfero destro, presumibilmente per compensare i deficit dei sistemi posteriori dell’emisfero sinistro (Pugh et al., 2001).

Ipotesi cerebellare : Alcuni dislessici mostrano difficoltà nell’apprendimento procedurale, nelle abilità motorie, nell’equilibrio (Fawcett & Nicolson, 1996) e nella stima del tempo (Nicolson, Fawcett & Dean, 1995). Si tratta di abilità riconducibili in qualche maniera tutte al cervelletto. L’ipotesi che nelle difficoltà di lettura possa essere coinvolto il cervelletto ha preso forma in maniera sempre più forte a partire dal 1999, quando un gruppo di studiosi  (Nicolson e colleghi) hanno iniziato ad analizzare il livello di attivazione del cervelletto durante compiti di apprendimento e di utilizzo di abilità sia linguistiche sia cognitive.   
Da questi studi è emersa una scoperta per molti stupefacente, il cervelletto non sarebbe collegato esclusivamente ad aree del  lobo frontale, responsabili di svariati compiti motori, ma è connesso anche ad alcune aree nell’emisfero sinistro, responsabili di numerose funzioni linguistiche, e soprattutto con l’area di Broca. Sarebbe quindi possibile ipotizzare che una disfunzione cerebellare possa avere implicazioni dirette anche sul processo di lettura in quanto, un deficit nel controllo motorio dell’articolazione dei suoni provoca rappresentazioni fonologiche inesatte e il difetto di automatizzazione rende lento il processo di conversione grafema-fonema (Nicolson, Fawcett & Dean, 1995).

Ipotesi della non efficiente connessione interemisferica : Un’altra ipotesi eziologica in voga alla fine del secolo scorso è stata quella interemisferica, in base alla quale le difficoltà con cui si manifesta la dislessia sono legate ad una comunicazione deficitaria tra i due emisferi a causa di alterazioni del corpo calloso. Quest’alterazione nella comunicazione  sembra caratterizzare molti bambini dislessici (Facoetti et al., 2000) e potrebbe essere alla base della disconnessione ipotizzata tra aree anteriori e posteriori dell’emisfero sinistro (Paulesu et al., 1996).

Nella pratica clinica si identificano generalmente fenotipi cognitivi differenti, motivo per cui la valutazione diagnostica deve inevitabilmente essere allargata ai diversi domini cognitivi implicati nella lettura, un passaggio indispensabile per poter delineare il profilo funzionale del soggetto ai fini di una progettazione e attuazione di interventi mirati alle specifiche difficoltà del singolo.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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Pubblicato da Dott.ssa Maria Irno, Psicologa

Valutazione, Diagnosi e Trattamento dell'età evolutiva e dell'adolescenza; Supporto alla Genitorialità; Potenziamento Cognitivo Doposcuola Specializzato.

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