In una revisione, Nardi, Freire e Zin (2009) hanno messo in evidenza come i disturbi d’ansia, in particolare il disturbo di panico (PD), siano associati ad anomalie respiratorie, accanto ad alterazioni a carico di altre funzioni connesse con l’omeostasi corporea.
Un’anomalia respiratoria frequentemente segnalata nei pazienti con PD è l’aumentata sensibilità alla CO2, (Sardinha e colleghi, 2009; Freire e colleghi, 2010; Freire e Nardi, 2012). Nello specifico, i pazienti che presentano un PD siano più sensibili a variazioni a carico della pCO2 (pressione parziale di anidride carbonica) contenuta nell’aria inspirata, rispetto a quelli che non manifestano tali sintomi.
Inoltre, recenti evidenze supportano l’idea che i soggetti con PD, o più predisposti a sviluppare un PD, presentino anomalie subcliniche a carico di un circuito cerebrale, denominato rete della paura (Mezzasalma e colleghi, 2004), costituita dall’ippocampo, dalla corteccia prefrontale mediale, dall’amigdala e dalle sue proiezioni del tronco cerebrale. Tale rete nei soggetti con PD, o predisposti a sviluppare un PD, risulterebbe ipersensibile agli incrementi di pCO2 (Sardinha e colleghi, 2009; Freire & Nardi, 2012). L’ipersensibilità di tale circuito potrebbe spiegare anche perché in presenza di una fisiologia respiratoria normale, i pazienti con PD tendono a iperventilare e a sperimentare attacchi di panico in risposta a stimolanti respiratori come la CO2 (Sinha e colleghi, 2000).
Che tipo di interazione esiste tra le alterazioni a carico della respirazione e la probabilità/possibilità di avere un attacco di panico?
Secondo un filone di ricerca (Sikter e colleghi, 2009) una respirazione inadeguata è in grado di provocare un’alterazione del pH nell’organismo. Nello specifico, a fronte di un respiro rapido e accelerato (iperventilazione) si assiste a una diminuzione della pCO2. In questo caso, il pH più alcalino (basico, e povero in ioni H+ reso tale attraverso il respiro, a seguito dell’eliminazione dello ione H+, sotto forma di acido carbonico (H2CO3) determina un aumento della sensibilità alle catecolamine. L’aumentata sensibilità alle catecolamine a sua volta aumenta l’eccitazione psichica. Al contrario, a seguito di un respiro più superficiale si assiste ad un aumento della pCO2, che rende il pH più acido (e quindi più ricco in ioni H+); in questo caso si riduce la sensibilità alle catecolamine e quindi diminuisce la potenziale eccitabilità (Sikter e colleghi, 2009).
Secondo questi autori (Sikter e colleghi, 2009), quindi, una delle funzioni omeostatiche più importanti del respiro è mantenere o ripristinare la permanenza della concentrazione di ioni H+, mantenendo il pH ematico tra 7,38 e 7,40 (Sikter e colleghi, 2009). In estrema sintesi, respirare prevedendo espirazioni profonde e accelerate, determina una maggiore eliminazione di CO2, quindi una condizione di alcalosi respiratoria (riduzione degli ioni H+), respirare in modo superficiale si associa ad un pH più acido (e quindi aumento degli ioni H+ e acidosi respiratoria).
Un’altra anomalia respiratoria importante nei soggetti con PD è la tendenza ad essere costantemente iperventilanti (Dractu, 2000).
Klein (1993) ha proposto che i pazienti con PD iperventilano per mantenere bassa la pCO2. Secondo tale ipotesi l’aumento di pCO2 (ipercapnia) rappresenta un segnale chemocettore (1) e tenderebbe ad essere letto come un segnale di falso soffocamento. A sua volta, l’iperventilazione, funzionale all’eliminazione di una quota eccessiva di CO2, causerebbe anomalie nel flusso sanguigno cerebrale e nel metabolismo cerebrale del glucosio, dal momento che si riduce il trasporto di O2, a causa di una ridotta cessione dello stesso da parte dell’emoglobina (effetto Verigo-Bohr, Popel, 1989).
Con l’iperventilazione cronica, i pazienti con attacchi di panico possono anche rischiare di esporsi a periodi prolungati di ipossia cerebrale che, a sua volta, può contribuire alla cronicità dei sintomi di panico e della sintomatologia ansiosa ad essa associata(Meuret & Ritz, 2010), se si pensa ai meccanismi compensatori che si attivano per ripristinare l’alterazione dell’omeostasi.
L’iperventilazione quindi svolgerebbe una duplice funzione: protegge dai sintomi di falso soffocamento indotto dall’incremento di pCO2, percepito come eccessivo, al contempo, causa la sintomatologia legata all’ipocapnia, quando la pCO2 si riduce troppo (Meuret & Ritz, 2010).
Quindi gli attacchi di panico si sviluppano in risposta all’improvviso aumento della pCO2 (ipercapnia) che produce una condizione di acidosi metabolica (acidosi ipercapnica). L’acidosi ipercapnica sembra a sua volta rappresentare una risposta compensatoria all’iperventilazione cronica (Sikter e colleghi, 2007).
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(1) Chemocettore: recettore implicato nella valutazione del pH nei liquidi corporei (sangue).
BIBLIOGRAFIA










